Amore senza lividi è un libro edito da Proodos Cooperativa Sociale ed Edizioni San Gennaro pubblicato nel 2021. Racconta nove storie di donne vittime di violenza che sono riuscite a fuoriuscirne, restituendo voce, dignità e speranza a chi troppo spesso rimane invisibile.
Donne dal passato violento che per anni hanno subito vessazioni psicologiche e fisiche ma che, a seguito di un percorso di fuoriuscita nei CAV, hanno ripreso in mano la propria vita. Storie che non fanno perdere speranza. Storie che lanciano un messaggio di positività e un grido di rinascita: dalla violenza si può uscire!
Questa storia comincia dalla fine.
Questa storia comincia dal giorno in cui mi sono alzata, ho lavato il viso, ho preparato la colazione come ogni mattina da trentuno anni e sono uscita.
Quel giorno, però, invece di andare a fare la spesa, tornare a casa, abbassare lo sguardo, ignorare gli insulti, ingoiare il dolore, sono andata in un posto.
Sono entrata con il cuore tremante e senza un filo di voce.
«Buongiorno» mi hanno detto.
«Buongiorno» ho risposto.
«Mi dica, come possiamo aiutarla?»
«Sono qui per denunciare mio marito…» ho sussurrato.
«Resti qui» mi hanno detto. «Ci pensiamo noi».
Quel giorno, invece di andare a fare la spesa, sono andata nel centro antiviolenza di Somma Vesuviana e ho messo fine a un incubo durato una vita intera.
Quel giorno ho scritto l’inizio della mia storia.
Mi è stato chiesto di raccontare, mi è stato chiesto di spiega-
re, mi è stato chiesto di cercare di comprendere.
Una cosa, solo una, posso dire per spiegare ciò che è stato.
La goccia d’acqua cade, lentamente e ritmicamente e scava nella roccia. Nessuno se ne accorge, nessuno ci fa caso. Ci vuole molto tempo, prima che la materia dura, la pietra impenetrabile, lasci all’acqua la possibilità di farsi spazio.
Ma accade.
Così un giorno, dopo un milione di gocce cadute, la roccia si buca. L’acqua si è fatta spazio. Nulla è più come prima.
Io ero la roccia e lui era acqua.
Lui era giovane, io ero giovanissima.
Come ci si innamora a sedici anni, maledizione, io questo nemmeno ve lo so spiegare. Adesso, ora che la roccia è bucata, so riconoscere i primi segni dell’erosione. All’epoca no, li confondevo con l’amore.
Vedevo solo lui, respiravo solo lui, amavo solo lui.
E lui mi voleva solo per me.
Chiunque osasse dire qualcosa era il nemico.
«Lascia tutti, allontana tutti, stai solo con me…».
Ero la sua regina, ma a che prezzo?
L’amore dei primi tempi, impetuoso ma più semplice, si trasforma in una miscela strana, esplosiva, della quale faccio fatica a descrivere gli ingredienti.
«Fai schifo» mi diceva, «fai schifo e non vali niente, per fortuna che ti amo io perché tu fai schifo e non vali niente».
Lo schifo e l’amore in una stessa frase non possono abitare, eppure, costantemente, lui era pronto a ricordarmi che pur non valendo io nulla, pur non essendo io nulla, lui mi aveva scelto.
Eccole, le prime gocce che scavano nella roccia…
Aspetto. Cosa?
Aspetto che tutto passi, che non ci sia più niente da fare.
Mi spengo, lentamente. La vita per me è una pena da scontare.
Una mattina, trentuno anni dopo il giorno del mio matrimonio, mi alzo, mi lavo, preparo la colazione e invece di fare la spesa vado a denunciare mio marito.
Inizio a parlare e non smetto. Più che parlare, vomito.
Scoperchio un vaso, apro una botola, svelo un segreto.
Qualcuno mi chiede perché l’ho fatto, perché quel giorno.
Non so rispondere.
E così ho ricominciato.
Mi pento di non averlo fatto prima, mi pento di non esserci riuscita.
Ma l’ho fatto.
Quando credevo di non avere speranza, quando credevo che il solco fosse stato scavato, io ce l’ho fatta.
Mi sono svegliata e ho capito che io non ero la pietra erosa, io non ero la ferita, io non ero il buco scavato dall’acqua.
Io sono la roccia.
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